L’etichetta fa la differenza?

Da una ricerca condotta nelle Marche da Officina Marketing, sull’importanza delle etichette di vino nella commercializzazione, risulta addirittura che in alcuni casi si ha un incremento massimo del 169 % delle vendite alla modifica dell’etichetta. Tuttavia, senza andare a fondo in queste dinamiche degne di studi approfonditi, voglio esporre alcune mie considerazioni generali riguardo alle etichette della maggior parte delle cantine italiane o  dell’Emilia-Romagna di mia conoscenza.

Quante volte capita in fiera che un buyer o un appassionato si soffermino allo stand a fotografare la bottiglia? Sicuramente è indice di quanto il packaging possa essere un fattore determinante nelle  scelte del consumatore. Tanto più nella grande distribuzione quanto nel settore retail, certamente con dinamiche per certi aspetti differenti, ma di sicuro con denominatori comuni.

Come è facile notare, se ci sofferma ad osservare con occhio attento le bottiglie esposte in una qualsiasi enoteca o ristorante del nostro territorio, la tendenza della maggior parte delle cantine sembra essere indirizzata da anni a ricercare uno stile per certi aspetti definibile classico, che il più possibile si avvicini a quello di qualche azienda di successo.

E’ molto facile trovarsi di fronte ad una miriade di etichette più o meno simili, che riportano stemmi araldici di improbabile provenienza, magari creati ad hoc da cantine con non più di 15 anni di vita, grafiche di tenute immerse nei vigneti come nella miglior tradizione Bordolese da parte di cantine che altro non sono che bellissime case coloniche in appezzamenti di qualche ettaro, e non certamente Chateau centenari. Altre ancora sono etichette dalle quali al primo colpo d’occhio è impossibile risalire alla tipologia del vino all’interno della bottiglia, ma per prima cosa risulta evidente un nome tanto di fantasia quanto a noi sconosciuto (e figuriamoci ad uno straniero).

Ovviamente se un vino è allo stesso tempo anche un brand di successo è comprensibile e indiscutibile che mantenga nel tempo la stessa immagine, lo stesso packaging. Per il consumatore un certo stile diventa immediatamente riconoscibile. Allo stesso modo può essere condivisibile una grafica comune anche per aziende diverse che però producono una stessa tipologia di vino, esclusiva di un determinato territorio. In questo circostanza la scelta di un brand comune può essere volta a dare una caratterizzazione pecisa ad un prodotto, un’area di produzione; per fare un esempio locale, può essere il caso del Burson di Bagnacavallo in cui è d’obbligo l’utilizzo di uno stesso font di scrittura bel riconoscibile.

Ma per quel che riguarda appunto quelle cantine, direi la maggior parte, che non sono un brand riconosciuto, un’immagine nel settore, ritengo possa essere interessante e magari giovare anche al fatturato, affidarsi ad un po’ di originalità e a qualche esperto per provare a creare qualcosa di nuovo e di diverso. Un packaging che possa differenziarsi.

Non si deve dimenticare che i consumi di vino nel nostro paese stanno attraversando profondi mutamenti, che gli stili di vita di dieci o venti anni fa non sono quelli attuali, che i nuovi consumatori hanno abitudini, modi e propensioni al consumo contestualizzati alla realtà di oggi. E un packaging valido dieci o venti anni fa, sicuramente ha bisogno di qualche restyling. Per questo motivo mi è difficile pensare alle etichette di “ieri”, su di un bancone di un locale ad un orario aperitivo “oggi”.

A questo link un interessante raccolta di etichette e packaging originali, da tutto il mondo.

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1 commento

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Una risposta a “L’etichetta fa la differenza?

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