Anche Amazon.com pensa al Vino

Anche Amazon.com, il colosso mondiale dell’e-commerce, potrebbe ampliare il proprio catalogo con la vendita diretta di vino (e non semplicemente ospitando enoteche virtuali esterne come già avviene). Questo è quanto è emerso nelle scorse settimane in California durante un meeting organizzato dalla multinazionale del commercio elettronico, a cui hanno partecipato numerosi produttori di vino della Napa Valley, i principali destinatari del progetto in cantiere.

Ad oggi le vendite online del vino negli Stati Uniti sono circa l’1% sulle quelle complessive dell’intero comparto, soprattutto a causa del variegato sistema legislativo in materia di alcolici stato per stato che, unito a problemi legati alla logistica e alla distribuzione su così ampia scala, rende difficoltoso cimentarsi nell’ambito dell’e-commerce. Probabilmente per queste ragioni n0n è mancato un certo scetticismo all’iniziativa come sottolineato dal general manager della Baldacci Family Vineyards “We aren’t licensed to sell in Massachusetts, for example, so someone interested in our wine wouldn’t be able to get it shipped there, but in North Dakota they could get it”.

Perplessità più che lecite, ma che non potranno che lasciare spazio a quelle che invece potrebbero essere le opportunità commerciali per le vinicole d’oltreoceano qualora Amazon deciderà di estendere il marketplace di vendità del vino anche ai paesi del vecchio continente. Opportunità anche per i produttori Italiani se il progetto avrà continuità, dal momento che i canali di vendità alternativa, tra cui ovviamente anche le vendite online, si stanno lentamente rafforzando a discapito dei canali più tradizionali.

Alle cantine che sarranno presenti nel marketplace di Amazon sarà richiesta una percentuale del 15% sul prezzo di vendita delle bottiglie, nonchè una quota fissa di 40 dollari al mese.

Fonte: Wine Industry Insight 

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Enoturismo: tra i soliti noti svetta l’Alto Adige. Ma manca qualcosa…

Avrei voluto riportare di seguito e senza indugi i risultati di un sondaggio proposto da winenews.it e vinitaly.com su di un campione selezionato di 1078 appassionati enonauti, riguardo l’enoturismo e le mete predilette per il 2012.

Avrei voluto, ma nel marasma di dati e numeri, purtroppo ho notato una certa imprecisione che non permette di avere una visione completa ed esauriente. In particolare, se si incrociano i dati riguardanti le Regioni predilette dagli enoturisti, resta tagliato fuori un buon 30%. O vi è stata un’approssimazione un po’ troppo superficiale o una dimenenticanza nella stesura dell’articolo.

Comunque sia, dati alla mano, le mete predilette dagli eno-turisti restano Toscana e Piemonte. Per dirla con Erich Paul Remark, nulla di nuovo sul fronte occidentale. Senza biasimo, ovviamente.

” [...] primi fra tutti il Piemonte e la Toscana (21%), seguiti dal Trentino Alto Adige (14%), Veneto (8%), Sicilia (6%)”.

Se la matematica non è un’opinione, la somma delle percentuali qui sopra riportate da 70 e non 100. Sarebbe bello almeno sapere cosa sceglie il restante 30% degli enoturisti. Presumibilmente qualcosa tra Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Abruzzo, Puglia, Lazio. Ma in quali percentuali resta da sapere.

Comparando questa previsione del 2012 con i dati relativi all’enoturismo del 2011, sempre secondo fonte winenews.it, per quanto concerne la scelta della meta degli enotursiti, il Trentino Alto Adige ha guadagnato diversi punti percentuale a discapito proprio di Toscana e Piemonte (27% e 26% nei dati del 2011).

Tuttavia senza esagerase, da un’analisi dei dati in possesso, si potrebbe dedurre che il faro trainante della regione autonoma è il Südtirol. Infatti, parlando di territori vinicoli, un’ulteriore categoria analizzata da winenews-vinitaly, tra le mete più ambite dai turisti del vino spicca l’Alto Adige. Nel 2011 era solamente menzionato mentre nel sondaggio 2012 con il 17% delle preferenze è in testa alla lista dei desideri da esaudire almeno una volta nella vita.

“I territori del vino più famosi del Belpaese, ma anche quelli protagonisti, in tempi più recenti, di una vera e propria rinascita cultural-enologica, vivaci e pronti ad aprire sempre più le loro porte agli amanti del buon bere: è l’Alto Adige il “terroir dei desideri” che il 17% degli eno-appassionati vorrebbe visitare, accanto all’Etna, al Collio e alla Franciacorta (11%), seguiti dai distretti del Chianti Classico, delle Langhe e di Montalcino (9%), da Montepulciano e dalla Valpolicella (5%), da Bolgheri e Conegliano e Valdobbiadene (4%).”

Una volta in cantina? I wine lovers amano degustare vini (72%), incontrare i produttori (64%), fare shopping di bottiglie (56%) e visite guidate (55%).

Per concludere, sempre comparando i dati 2011 con le previsioni per il 2012, aldilà delle solite note Toscana e Piemonte in primis, per tutte le altre regioni sembra registrarsi un ampio grado di volatilità. Un’anno ne va di moda una, il seguente è in voga un’altra. Si nota però molta discordanza nella stessa tipologia di sondaggio proposta in momenti diversi. Nel sondaggio analogo winenews-vinitaly di inizio anno, come previsione per il 2012, le mete più ambite dagli eno-turisti sembravano dover essere Puglia e Sicilia (rispettivamente 8% e 10%), in quest’ultimo report invece, seppur il periodo preso in esame resta il 2012, della Puglia non vi è traccia.

Allora una domanda sorge spontanea. Ma come vengono fatti questi sondaggi?

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L’ Italia non è solo spaghetti e chianti

“Italy is not spaghetti and chianti Wine”, è lo slogan del progetto 20 Mondi, un viaggio di due anni per le 20 regioni Italiane alla scoperta delle uve autoctone a bordo di un camper color Barolo.

Venti Mondi, nasce dall’idea di Michael Loos, fotografo americano dell’Ohio con una passione per il vino che non è il suo mestiere. Ha lo scopo di valorizzare ed incentivare la conoscenza dei luoghi e delle differenti tradizioni eno-gastronomiche dell’Italia più autentica, verso un pubblico principalmente anglosassone.

“Ogni regione italiana è un mondo a sé, con differenze culturali, dialettali, paesaggistiche, culinarie e, ovviamente, vinicole. All’estero molti non sanno che parte del Nord Italia si trova nell’Europa Centrale, con regioni che confinano e condividono la lingua di Slovenia, Austria, Svizzera e Francia. O che l’estremo Sud arrivi quasi a toccare l’Africa fermandosi solo 70 chilometri prima: l’Italia è un abbagliante puzzle di rare diversità culturali. Ciascun territorio è, al tempo stesso, parte della nazione e isola del tesoro, ricca di paesaggi unici e alberi di famiglia, di popoli e racconti popolari, di tradizioni orali ed enologiche. Sfortunatamente, questi 20 mondi potrebbero perdere le loro identità distintive, a causa della globalizzazione economica e del gusto. Uno dei traguardi principali che si pone 20 MONDI è di promuovere la salvaguardia dell’eccezionale patrimonio culturale d’Italia

20 Mondi è anche un progetto multi-mediale che cerca di sfruttare tutte le potenzialità del web 2.0 per comunicare “storie segrete sui vini autoctoni italiani, curiosità e informazioni di viaggio per trasformare un soggiorno in Italia in un’esperienza veramente autentica, che dà un senso diverso alla scoperta dei 20 MONDI.”

Attraverso questo road trip alla scoperta degli oltre 600 vitigni autoctoni dell’Italia, verranno infatti create Applicazioni scaricabili su smartphone, saranno veri e propri tour operator digitali per quella nicchia di appassionati eno-turisti che vorranno conoscere qualcosa di diverso dell’Italia.

Personalmente ritengo sia un progetto davvero interessante, una sorta promozione che parte dal basso che può dare un proprio contributo, fosse solo un tassello in più, alla valorizzazione di territori vinicoli che ancora hanno difficoltà ad emergere a livello internazionale.

Forse Michael Loos non sarà Burton Anderson e le dinamiche degli anni ’80 non corrispondono per ovvie ragioni a quelle presenti, ma credo che 20Mondi possa essere una buona occasione da cogliere per molte piccole realtà del mondo del vino che vogliano mettere in mostra tutta la loro qualità ed autenticità.

Un’ultima cosa interessante è che per raccogliere i fondi per l’impresa, 20 Mondi ha scelto il sistema del crowd founding tramite il sito kickstarter.com, quindi chiunque può dare fiducia al progetto, e sponsorizzarlo.

Che non sia però quest’ultima metodologia troppo “avanti” per noi italiani non troppo avezzi alle nuove tecnologie e a certe forme di cooperazione per la promozione, che esulano dall’iniziativa di enti statali e da certi meccanismi di finanziamento, ma si basano esclusivamente su di una sorta di attivivismo sociale tipicamente americano?

Ai posteri l’ardua sentenza. Io spero di no, nell’interesse del mondo del vino prima di tutto!

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Il Sommelier, le denominazioni e il Sangiovese di Romagna

Pochi giorni fa ero a Francoforte, presso InCantina, wine restaurant emiliano-romagnolo, per un evento dedicato alla promozione del territorio della romagna e dei suoi vini.
Per l’occasione il mio amico Massimo Ancarani, responsabile sommelier del ristorante nonchè grande conoscitore di vini mi ha fatto leggere (in realtà mi ha tradotto) un interessante articolo apparso sulla rivista tedesca Sommelier Magazin, dedicato ai vini Italiani.

Nell’articolo, il giornalista tedesco presenta una sua personale visione sull’Italia del vino e sulle dinamiche che portano il consumatore e il sommelier stesso alla scelta di certe referenze, e in particolare alla difficoltà di proporre varietà meno famose, come il Sangiovese di Romagna, a discapito dei soliti noti Chianti, Brunello e Barolo.

L’articolo fornisce interessanti spunti di riflessione che sono una riprova di come la comunicazione del vino passi indossolubilmente dalla comunicazione e dalla promozione del territorio, inteso a volte come territorio allargato e non prettamente territorio d’origine. Perchè all’estero non è facile comprendere certe differenze fisco-geografiche o varietali all’interno di ciò che sulla carta è una stessa entità territoriale racchiusa da confini politico-amministrativi. Non so se mi spiego, in una cartina dell’Italia, l’Emilia-Romagna è una cosa sola e non esiste l’Emilia del Lambrusco e la Romagna del Sangiovese e poco importa se a Imola c’è un “immaginario” confine intra-regionale.
Pensate quindi come può essere più semplice spiegare all’estero un territorio come l’Emilia-Romagna e magari il Sangiovese partendo da alcuni punti saldi, da immagini regionali universalmente riconosciute come la Ferrari, il Prosciutto di Parma, Bologna, piuttosto che dai Colli di Faenza e le ceramiche, Colli di Rimini e il mare, Colli di Imola e…non lo so già più perchè sono di Forlì.

Il giornalista sommelier non manca, quindi, di puntualizzare con vena leggermente critica un fatto che anche io, nel mio piccolo, condivido. Ovvero di come il grande numero di denominazioni, di zone e sottozone possa costituire un elemento di forte complessità nella comprensione del vino da parte del consumatore e dell’operatore tedesco (e non solo).

Sono circa 500 le denominazioni in Italia tra DOC, IGT, DOCG, per di più in crescita.

Dal mero punto di vista della comunicazione e del marketing del brand diventa difficile appunto utilizzare efficacemente il discorso delle denominazione d’origine, delle rispettive zone e sottozone. Tutto ciò rischia di essere una lama a doppio taglio se il vino non costituisce di per se un Cru e un marchio già conosciuto. Da un lato può essere uno strumento di caratterizzazione e maggiore identificazione, dall’altro però genera complessità di comprensione, laddove la semplificazione invece può garantire una nitida chiave di lettura per il consumatore, anche se parzialmente generica.

Tuttavia secondo il giornalista della rivista Sommelier Magazin “questa è l’Italia: al primo posto il paesello, poi la Regione, poi la Nazione”.

E allora come si comporterebbe un consumatore di fronte ad una carta dei vini dell’Italia, su cosa ricadrebbe la sua scelta a prescindere dalla qualità del vino? “Di sicuro su un Chianti, su un Nobile di Montepulciano o su di un Barolo”.

Il motivo?
“Semplice, il consumatore che sfoggia un’ampia carta dei vini completa di numerose varietà, di nomi di aree e zone sconosciute si trova spaesato, per certi versi insicuro, si può ritenere fortunato quando può in qualche modo immediatamente indentificare un nome con un luogo, con un’immagine”. E allora la scelta è molto facile che ricada sui soliti noti toscani e piemontesi.

Infatti, cos’hanno in mente i consumatori quando pensano al vino rosso italiano?
“Per il Chianti e il Montepulciano l’immagine è Firenza, il ponte Vecchio, le verdi colline toscane e la bistecca alla fiorentina. Per il Barolo, di sicuro le nebbie, Alba, il tartufo e i colori dell’autunno”.

Queste sono le immagini dei territori, che collegate ai vini hanno di sicuro aiutato ad incrementarne la conoscenza, la fama e anche le vendite. E’ la memoria intesa come immagine fissa nella nostra mente che ci ancora a qualcosa e ci aiuta in questo caso a riconoscere un vino. E la Toscana e il Piemone, Firenze, il tartufo e le colline sono molto più riconoscibili all’estero delle peculiarità territoriali e artistiche di una variegata regione come l’Emilia-Romagna. Un po’ come noi italiani facciamo certamente meno fatica ad immaginare nella nostra mente la collocazione geografica della Baviera piuttosto che del Baden-Wüttenberg, magari pensando ad una fresca birra bionda.

Anche ristoratori e sommelier lavorano per immagini già conosciute per descrivere un vino al consumatore e fornirgli le informazioni utili alla scelta. Immagini in un certo modo standardizzate di luoghi di sensazioni ormai comunemente condivise. Luoghi comuni insomma, volti alla semplificazione e alla facile comprensione.

A questo punto il giornalista prende proprio ad esempio il Sangiovese di Romagna dicendo – come può allora un sommelier consigliare un meraviglioso Sangiovese di Romagna?

“La varietà è conosciuta per via del noto Chianti e del Brunello, ma in Romagna è più pieno, con un fruttato più evidente. Ciò non è sufficiente perchè il consumatore recepisca il messaggio”. La volta successiva, infatti, avrà già sicuramente dimenticato il link mentale che potrà indirizzare la sua scelta per questo vino. “Il consumatore necessità di immagini che gli semplifichino la scelta”.

Domanda allora il cliente. Ma la Romagna dove si trova?
“E’ una piccola regione che si affaccia sull’Adriatico, una delle regioni con più varietà gastronomiche, mortadella, prosciutto, parmigiano, aceto balsamico” – tutte immagini che in un ipotetico paniere internazionale di prodotti gastronomici di qualità sono presenti e ciò non è poco – “In questo modo il cliente riesce a costruirsi un’immagine”.

“Per chi conosce il vino l’immagine è già nota, per gli altri bisogna costruirla”. Il vino si spiega da solo, ma la sua origine può essere croce e delizia.

Capisco che per questioni geografiche e dal punto di vista delle varietà vinicole la Romagna è qualcosa di estremamente diverso dall’Emilia, ma non credo sia pensabile promuoversi all’estero, in un contesto altamente competitivo, senza chiamare in causa, se vogliamo in modo prettamente strategico, alcuni punti di forza comuni. I vini dell’Emilia-Romagna, in questo caso il Sangiovese, potranno avere maggiore appeal internazionale se agganciati a ciò che maggiormente della nostra regione è conosciuto al di fuori. Aiuterebbe di sicuro il consumatore ad identificare immediatamente il prodotto. In fondo anche il Nobile di Montepulciano non cresce in prossimità di Ponte Vecchio o nei giardini degli Uffizi. Tuttavia la bellezza di Firenza, prima ancora che delle colline riscoperte in seguito, ha di sicuro contribuito alla riconoscibilità dei vini toscani all’estero. In un secondo tempo magari l’appassionato, il consumatore potrà anche capire che la Romagna ha certe sue caratteristiche territoriali, certe sue peculiarità gastronomiche ed enologiche diverse dall’Emilia e che il Sangiovese a Rimini è un po’ diverso che a Bertinoro ma, ripeto, dovrebbe forse essere un passo successivo nel percorso di promozione dei vini Romagnoli. Già un passo verso la semplificazione c’è stato con la definitiva approvazione, lo scorso settembre, della DOC “Romagna”.

(NdA in corsivo virgolettato la traduzione non letterali dell’articolo)

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Prospettive per una concreta promozione dei vini

Leggendo sul blog lemillebolle di Franco Ziliani, mi sono imbattuto in un interessante articolo riguardo la creazione, a Costantia nella Repubblica Sudafricana, di uno sparkling wine bar totalmente dedicato ai Méthode Cap Classique.

Inserito all’interno dello spettacoloso complesso degli Steenberg Vineyards, acquistato da Graham Beck nel 2005, il wine bar Gorgeous è il primo del suo genere a nascere in terra sudafricana, e propone, con un’apertura sette giorni alla settimana, dalle 11 alle 22, esclusivamente l’intera gamma dei “Graham Beck Wines’ award winning Méthode Cap Classique”, ovvero Brut NV, Rosé NV, Demi sec NV, Vintage blanc de blancs, Vintage rosé ed il Cap Classique portabandiera, la Cuvée Clive, proposti a bicchiere e a bottiglia, a prezzi lodevolmente molto bassi varianti da un minimo di 40 Rand (4 euro) per una flûte, a 200 Rand (20 euro) per una bottiglia. Per  tutti gli Sparkling wines Graham Beck, azienda che fa parte, come praticamente tutte le aziende produttrici di sparkling wines sudafricani, o meglio, di Méthode Cap Classique, alla Cap Classique Producers Association, fondata nel 1992 per promuovere i méthode champenoise sudafricani prodotti ormai da un folto gruppo di aziende, lo staff di cucina, guidata dall’Executive Chef Garth Almazan sono stati studiati abbinamenti mirati, e una serie di antipasti, stuzzichini, appetizer e veri e propri piatti, che esaltano le caratteristiche dei vini.

Mentre in Italia, se non a livello sporadico o per singola iniziativa imprenditoriale privata, manca una vera e propria enoteca tematica dedicata per esempio ai Franciacorta Docg o ai Trento Doc, gli esempi migliore e forse più rappresentativi della vocazione spumantistica italiana di qualità.
Sarebbe interessante, sostiene Ziliani, pensare, “in una logica di progressiva conquista dei consumatori in città chiave come possono essere Milano e Roma, alla creazione di Franciacorta Docg o TrentoDoc point”.

Il discorso si potrebbe estendere anche ad altre tipologie di vini, ad altre denominazioni e, nonostante l’importanza della location per l’ottimizzazione di progetti promo-commerciali di questo tipo non sia assolutamente da sottovalutare, si potrebbero trovare comunque soluzioni intermedie, ad hoc per le esigenze di ogni specifica realtà. E’ il concetto in se che è interessante.

Certamanete esistono le Strade dei Vini, o strutture coadiuvate dai consorzi stessi che però spesso finiscono nel dispersivo mare magnum di tutte quelle organizzazioni vocate alla promozione e alla divulgazione dell’offerta enogastronomica e turistica, di cui ogni territorio vinicolo è saturo, zone e sottozone comprese. Se non mi sbaglio solo l’Italia rappresenta ben oltre la metà di tutte le strade del vino d’Europa. Senza dubbio eccesivo, malgrado la singolare eterogeneità del nostro territorio.
Se poi si tirano le somme con occhio obiettivo è facile constatare che i ritorni per le aziende non solo in termini economici, ma anche di immagine, non si possono dire del tutto soddisfacenti, anche qualora quantificabili.

Sposare un progetto di reale cooperazione, di creazione di punti vendita ed enoteche a tema, focalizzate sulle  particolari specificità dei vini, dei territori e delle cantine, un progetto che possa dare risultati tangibili e concreti, sarebbe di certo ambizioso, inizialmente più oneroso sotto ogni punto di vista, ma sicuramente efficace allo scopo. Tutto ciò dovrebbe dipendere dall’inizativa comune delle singole aziende, che dovrebbero allargare la loro visione in un interesse comune e decidere di condividere strategie meno aleatorie e più mirate, più innovative. A questo proposito, l’esempio proposto da Ziliani per i Franciacorta Docg o i Trento Doc prendendo spunto dalla realtà sudafricana è molto interessante e da tenere in considerazione.

A onor del vero, però voglio sottolineare che in Germania, a Francoforte, esiste una realtà grossomodo simile. E’ infatti operativa dal 2009 InCantina (purtroppo il sito web lascia un po’ a desiderare, meglio la pagina facebook), un’enoteca e winerestaurant con la quale collaboro per alcuni progetti, che nasce dalla partnership di imprenditori privati ed Enoteca Regionale dell’Emilia-Romagna, con lo scopo di diffondere la conoscenza dei vini e della gastronomia della regione. InCantina è quindi un locale tematico, in cui il denominatore comune tra i vini e i prodotti presenti resta la regione di provenienza. Le aziende non vi sono coinvolte in modo diretto, è di fatto una struttura che privata, che però con le proprie iniziative da un forte contributo alla promozione e alla commercializzazione dell’eccellenza dell’Emilia-Romagna nell’area tedesca.

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L’etichetta fa la differenza?

Da una ricerca condotta nelle Marche da Officina Marketing, sull’importanza delle etichette di vino nella commercializzazione, risulta addirittura che in alcuni casi si ha un incremento massimo del 169 % delle vendite alla modifica dell’etichetta. Tuttavia, senza andare a fondo in queste dinamiche degne di studi approfonditi, voglio esporre alcune mie considerazioni generali riguardo alle etichette della maggior parte delle cantine italiane o  dell’Emilia-Romagna di mia conoscenza.

Quante volte capita in fiera che un buyer o un appassionato si soffermino allo stand a fotografare la bottiglia? Sicuramente è indice di quanto il packaging possa essere un fattore determinante nelle  scelte del consumatore. Tanto più nella grande distribuzione quanto nel settore retail, certamente con dinamiche per certi aspetti differenti, ma di sicuro con denominatori comuni.

Come è facile notare, se ci sofferma ad osservare con occhio attento le bottiglie esposte in una qualsiasi enoteca o ristorante del nostro territorio, la tendenza della maggior parte delle cantine sembra essere indirizzata da anni a ricercare uno stile per certi aspetti definibile classico, che il più possibile si avvicini a quello di qualche azienda di successo.

E’ molto facile trovarsi di fronte ad una miriade di etichette più o meno simili, che riportano stemmi araldici di improbabile provenienza, magari creati ad hoc da cantine con non più di 15 anni di vita, grafiche di tenute immerse nei vigneti come nella miglior tradizione Bordolese da parte di cantine che altro non sono che bellissime case coloniche in appezzamenti di qualche ettaro, e non certamente Chateau centenari. Altre ancora sono etichette dalle quali al primo colpo d’occhio è impossibile risalire alla tipologia del vino all’interno della bottiglia, ma per prima cosa risulta evidente un nome tanto di fantasia quanto a noi sconosciuto (e figuriamoci ad uno straniero).

Ovviamente se un vino è allo stesso tempo anche un brand di successo è comprensibile e indiscutibile che mantenga nel tempo la stessa immagine, lo stesso packaging. Per il consumatore un certo stile diventa immediatamente riconoscibile. Allo stesso modo può essere condivisibile una grafica comune anche per aziende diverse che però producono una stessa tipologia di vino, esclusiva di un determinato territorio. In questo circostanza la scelta di un brand comune può essere volta a dare una caratterizzazione pecisa ad un prodotto, un’area di produzione; per fare un esempio locale, può essere il caso del Burson di Bagnacavallo in cui è d’obbligo l’utilizzo di uno stesso font di scrittura bel riconoscibile.

Ma per quel che riguarda appunto quelle cantine, direi la maggior parte, che non sono un brand riconosciuto, un’immagine nel settore, ritengo possa essere interessante e magari giovare anche al fatturato, affidarsi ad un po’ di originalità e a qualche esperto per provare a creare qualcosa di nuovo e di diverso. Un packaging che possa differenziarsi.

Non si deve dimenticare che i consumi di vino nel nostro paese stanno attraversando profondi mutamenti, che gli stili di vita di dieci o venti anni fa non sono quelli attuali, che i nuovi consumatori hanno abitudini, modi e propensioni al consumo contestualizzati alla realtà di oggi. E un packaging valido dieci o venti anni fa, sicuramente ha bisogno di qualche restyling. Per questo motivo mi è difficile pensare alle etichette di “ieri”, su di un bancone di un locale ad un orario aperitivo “oggi”.

A questo link un interessante raccolta di etichette e packaging originali, da tutto il mondo.

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L’identikit dell’ eno-turista

E’ terminata da poco più di una settimana la Conferenza Internazionale dell’Enoturismo di Perugia (IWINETC), che da quattro anni coinvolge tour operator e rappresentanti del mondo del vino, tra cui produttori, giornalisti e wine blogger, delegati dei territori del vino e presidenze regionali del Movimento Turismo del vino.

Il tema di questa edizione ha riguardato la promozione dell’enoturismo al tempo dei social network e del web 2.0, dal momento che i nuovi media, secondo i dati Censis 2011 – Città del Vino, risultano essere lo strumento usato dal 30% degli enoturisti italiani per organizzare la propria vacanza.

Proprio in virtù di ciò trovo davvero interessante l’indagine condotta dal Centro Italiano sul Turismo (CST)Movimento Turismo del Vino dal titolo “Il volto dell’enoturista oggi”, che è stata presentata proprio alla Conferenza di Perugia.

Di seguito alcuni estratti della ricerca, che rendono l’idea di quanto davvero sia importante un buon utilizzo degli strumenti webmediatici, della comunicazione e del webmarketing per poter ritagliarsi un ruolo in un mercato che si sta adeguando in fretta a certi mutamenti della società.

Italiano, con un‘età compresa tra i 30 e i 50 anni, viaggia in coppia o con un gruppo di amici, è un appassionato di internet, smartphone e apps e pianifica le sue vacanze in autonomia sul web.

A prevalere sono ancora gli uomini (il 61,3%) e sono ancora i turisti italiani (il 62%), ma è quel 38% di stranieri a spendere di più: secondo quanto riportato dalle aziende, su una spesa media di 50 euro in cantina (che può arrivare anche a 100 euro a visita) il turista straniero è nel 65% dei casi più propenso a spendere per portare a casa i prodotti del territorio che visita. Aggiungendo i costi del pernottamento e le altre attività si arriva a una spesa media procapite giornaliera di 193 euro, come confermato dal Censis, una cifra ben al di sopra della spesa media nazionale (90 euro).

È maggio il mese preferito dagli enoturisti (38% degli intervistati) ma non è solo nel weekend (45% contro il 55% dei giorni feriali) che le cantine diventano la meta preferita per una gita turistica.

Si conferma inoltre il binomio vincente turismo-vino. La vacanza enoturistica è spesso abbinata alla visita giornaliera dei luoghi circostanti, a riprova che esiste un importante segmento di pubblico che intercetta un’offerta integrata (cultura, eventi, sport) dei territori.

Qual è però l’attività preferita dei visitatori? Per il 90% è la degustazione dei vini, abbinata (81%) alla visita guidata dell’azienda e della cantina. Per oltre la metà del campione anche la visita ai vigneti e l’assaggio di prodotti del territorio rappresentano un grande richiamo. Tra i principali eventi vitivinicoli l’appuntamento Cantine Aperte registra il maggior riscontro di pubblico, con una conseguente ricaduta positiva sulle aziende che partecipano.

Per scegliere dove andare e cosa degustare, in ogni caso, il turista del vino fa da sé e smanetta sul suo smartphone 6 volte di più della media nazionale, confrontando offerta, prezzi e qualità in tempo reale.

2 clienti su 3 scelgono l’itinerario e la visita in cantina da soli sul web, un valore sei volte superiore alla media nazionale, secondo cui solo il 10,6% dei turisti utilizza il web per informarsi sulla vacanza (dati 2010 Osservatorio Nazionale del Turismo), e in continua crescita, con una percentuale raddoppiata in un solo anno (da 5,3% del 2009 a 10,6% nel 2010)

Il web è considerato il canale informativo più autorevole per la scelta della destinazione turistica, preceduto solo dalla personale esperienza pregressa e dal passaparola (Indagine Isnart sui comportamenti turistici degli italiani 1° semestre 2011) ma anche lo strumento più prezioso per la promozione dell’enoturismo, attraverso siti web integrati con social media, blog, viral sulla rete, applicazioni per smartphone e tablet.

E’ chiara l’importanza che riveste il web per ciò che riguarda il mondo del vino e soprattutto è fondamentale e per nulla sorprendente notare che tutti i dati relativi all’utilizzo di internet e dei social network da parte dell’appassionato e quindi del consumatore, sono in forte crescita.

Non credo che sia internet in sè, a sopperire immediatamente ad un certa tendenza negativa per quanto riguarda i consumi, ma è assolutamente necessario che i produttori prima di tutto capiscano che oggi, internet è uno strumento necessario per stabilire relazioni tra produzione e consumo. Non più una comunicazione e un webmarketing fai-da-te, ma un approccio professionale e strategie mirate dovrebbero diventare un must, una voce corrente di spesa nei bilanci delle aziende.

E di seguito alcune novità legate al mondo del vino e internet:

Tra le nuove applicazioni presentate c’è il social network Movinclick, una sorta di Facebook enologico con tanto di “tasting note” sulle bottiglie preferite da poter condividere, e con la possibilità di definire il proprio “stato sentimentale” col vino e di avere un avatar personalizzato a seconda della categoria di appartenenza (appassionati, produttori di vino, operatori del food, giornalisti e tecnici) per individuare facilmente gli enonauti con cui mettersi in contatto. Per quanto riguarda la “realtà aumentata” e le sue applicazioni nel mondo digitale del vino, ci sono virtuosi esempi italiani. Come l’app Cantine Aperte 2011 FVG per iPhone, con cui basta inquadrare l’orizzonte per vedere sullo schermo le cantine presenti nel raggio di qualche chilometro, cliccare sui punti di interesse e accedere a approfondimenti, mappe e guida a tutti i vitigni del Friuli Venezia Giulia.

(fonte dell’articolo: ilSole24Ore)

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